26 settembre 2014 – In mezzo al marasma di voci e insulti che bersagliano l’Opera di Roma dopo l’addio al teatro di Riccardo Muti, di certo  – ad oggi – c’è solo questo: il maestro non dirigerà l’Aida e le Nozze di Figaro, in cartellone per la prossima stagione.

Intanto, a luci spente, al teatro di Via Nazionale il coro, i ballerini e l’orchestra continuano a provare – Schumann, poi il Rigoletto e anche l’Aida, che andrà in scena con o senza Muti. “L’atmosfera è quella ovattata del silenzio subito dopo la tempesta. Siamo nella fase della confusione, come dopo aver ricevuto uno schiaffo”, ha raccontato la cantante Silvia Pasini, membro stabile del coro e delegata Cisl. “Le prove e il lavoro quotidiano proseguono come ogni giorno e stiamo cercando di riprenderci dalla notizia, che è stata per tutti un enorme dispiacere, sia sul piano umano che su quello professionale”.

La decisione di Muti è stata comunicata sulla carta intestata dell’Orchestra Sinfonica di Chicago di cui è direttore e trancia ogni dialogo, chiudendosi con un “la mia sofferta decisione è irrevocabile“. Tutti, però, dalle maestranze ai Professori dell’orchestra, sperano ancora che il maestro torni sui suoi passi.

Quanto alle ragioni della sua decisione, diluite in un educato “non ci sono più le condizioni in Teatro, per poter garantire quella serenità per me necessaria al buon esito delle rappresentazioni”, i bene informati hanno a turno puntato il dito prima sull’orchestra, poi sui sindacati e infine sulla sovrintendenza. Tutte parti in causa di una complicata scacchiera, che vede il Teatro al centro di dinamiche politiche, economiche e contrattuali e su cui la rinuncia di Muti ha riacceso i riflettori, scoperchiando un vaso di Pandora fatto di accuse reciproche, che poco o nulla hanno a che fare con l’addio del maestro.

“Una scelta senza dubbio influenzata dall’instabilità in cui versa l’Opera e causa delle continue proteste, della conflittualità interna e degli scioperi, che hanno portato alla cancellazione di diverse rappresentazioni”, si legge nel comunicato stampa del Sovrintendente (nominato a fine 2013) Carlo Fuortes, firmato anche dal sindaco della Capitale Ignazio Marino, che è anche presidente del Teatro. “Da parte nostra prosegue l’impegno per il risanamento economico e gestionale di una delle massime istituzioni culturali del Paese, che abbiamo trovato in uno stato di disastro economico, con un disavanzo di circa 12 milioni di euro prodotto da una dissennata gestione amministrativa. Una situazione che abbiamo corretto in un solo anno, riportando in attivo i bilanci dell’Ente”.

Tutta colpa dell’orchestra, insomma: con la quale è in atto un lungo braccio di ferro sul piano industriale presentato dal Sovrintendente e che ha portato anche alla rottura tra sigle sindacali – Cisl e Uil più dialoganti, Cgil e Fials contrarie.

E mentre la Cgil e la Fials hanno smentito le voci di nuovi scioperi e sfidato a un dibattito pubblico  il sovrintendente Carlo Fuortes e il sindaco di Roma Ignazio Marino, tra gli orchestrali, additati come i cattivi della situazione, la diffidenza a parlare con i giornalisti è molta.

“Sui giornali è stato scritto di tutto: indennità inventate e accuse infamanti sui nostri orari di lavoro”, è il commento che si sente fare più spesso. Molti di loro, poi, sono stati anche pesantemente redarguiti dalla Sovrintendenza per essersi lasciati sfuggire una parola di troppo con la stampa. Gli unici in qualche modo legittimati sono i rappresentanti sindacali.

“Le ragioni dell’addio di Muti? Sono presto dette: è in atto un disegno preciso di smantellamento del teatro, del quale il maestro si è reso conto e ha deciso, giustamente, di dare forfait”. A dirlo è Fabio Severini, secondo oboe dell’orchestra. Romagnolo, lavora all’Opera di Roma da più di vent’anni. “Dare la colpa all’Orchestra è semplicemente falso: con Muti abbiamo fatto una tournée in Giappone, ottenendo plauso internazionale e lui stesso ci ha definiti la più grande orchestra verdiana del mondo. Muti ha anche scelto personalmente alcuni nuovi professori per l’orchestra e la stava facendo diventare sempre più sua”.

Alcune voci hanno puntato il dito contro le forti prese di posizione da parte dell’orchestra anche a danni di Muti, come la mancata partenza di 30 elementi dell’orchestra per la tournée in Giappone. Tutte bugie, commentano alcuni orchestrali: i musicisti che sono rimasti a Roma lo hanno fatto per esigenze del teatro, dato che nelle stesse date doveva andare in scena anche un balletto e qualcuno doveva pur suonare.
Diversa è anche la versione dell’irruzione di alcuni sindacalisti nel camerino di Muti. “Nessuna irruzione, io c’ero – commenta Severini -. è successo in marzo ed era appena uscito un articolo infamante nei confronti di noi orchestrali, quindi siamo andati dal maestro per farglielo presente. Quando siamo arrivati, con lui c’era anche Fuortes, ed è stato esclusivamente con lui che gli animi si sono scaldati”.

Un’intepretazione opposta delle parole di Muti, rispetto a quella data da Fuortes e da Marino. “La verità è che il Teatro dell’Opera ha delle strutture fatiscenti, non all’altezza del maestro, i cui allestimenti sono molto costosi perchè preparati con i migliori del mondo. Il vero attacco a Muti lo ha fatto la Sovrintendenza, quando gli ha imposto di lavorare con 90 orchestrali e senza la possibilità di assumere i 30 mancanti”, ha commentato Lorella Pieralli della Fials, corista, che ha accompagnato Muti nella tournée giapponese.
Un Teatro dell’Opera destrutturato, ridotto a teatro di provincia – è l’accusa alla Sovrintendenza che serpeggia tra gli orchestrali. E il primo passo sarebbe quello di tagliare sui costi fissi, come gli stipendi di coro, corpo di ballo e musicisti, esternalizzando il più possibile per far quadrare il bilancio anche a costo di abbassare la qualità.

Vita da orchestra, 2200 euro al mese e tante prove. Indennità arma, indennità frac, indennità lingua. Le addizioni – vere o presunte – allo stipendio di orchestrali e coristi sono finite sotto accusa, come una delle ragioni del dissesto economico della lirica in Italia. Peccato che la maggior parte di queste voci, sostengono dai sindacati,  siano sparite con una riforma dei contratti risalente al 1970.
Lo stipendio di un Professore d’Orchestra, assunto al Teatro dell’Opera attraverso un concorso internazionale, si aggira attorno ai 50mila euro l’anno, circa 2.200 al mese. Le indennità previste e conteggiate nel totale sono mensa, vestiario e strumento. Straordinari? Quasi inesistenti, lamentano i sindacati. Il contratto nazionale che si applica agli orchestrali contiene voci assurde, ma l’ammontare è in linea con lo stipendio di un qualsiasi professionista. Non poco, in tempi di crisi, ma nemmeno una cifra da casta.

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