25 marzo 2014 – Inghiottito nella voragine degli enti romani rimasti a secco di fondi. Ora il MACRO, museo d’arte contemporanea inaugurato in pompa magna dalla Giunta Alemanno nel 2010, rischia di diventare un enorme e costosissimo guscio vuoto.

Riaperto a dicembre 2010 dopo il restyling affidato all’achistar francese Odile Decq, rimettere a nuovo lo stabile che ospita il Museo è costato circa 27 milioni di euro. Oggi la direzione è unica, ma le sedi sono due: quella principale in via Nizza, nell’ex stabilimento industriale Peroni del quartiere Nomentano, l’altra nel complesso dell’ex Mattatoio di Testaccio.

Il MACRO rientra nel sistema “Musei in Comune”, che fa capo all’assessorato alla Cultura di Roma Capitale, ma – almeno dal punto di vista formale – non è nemmeno un museo. Nonostante i gli annunci di trasformarlo in fondazione, liberando così l’ente dalle paludi burocratiche che sono state tra le cause della sua crisi, oggi il museo è solo un ufficio di scopo dell’Amministrazione Marino.

Eppure, il progetto del MACRO era iniziato sotto i migliori auspici e, almeno nei primi anni di apertura, aveva dimostrato di poter essere un polo all’avanguardia nel panorama artistico contemporaneo, ospitando mostre prestigiose come quella di Toshiko Horiuchi McAdam.

Poi, però, qualcosa ha iniziato a rompersi. Difficile stabilire quando sia iniziata l’agonia del museo di via Nizza: partendo dai dati, nel 2013 il museo ha registrato circa 150 mila ingressi, la metà esatta di quelli del 2012. La gestione, invece, è stata da subito data in affidamento dall’amministrazione Capitolina alla società Zètema (ex azienda municipalizzata partecipata al 100% da Roma Capitale), che gestisce i dipendenti e il funzionamento del museo. Cifra stanziata: 3 milioni di euro.

Oggi, complici il default del Comune di Roma e l’inerzia dell’amministrazione, la macchina operativa minaccia – da arrancante che è – di fermarsi del tutto. Il MACRO è diventato un gigante senza testa né braccia: la direzione è affidata ormai da 8 mesi ad Alberta Campitelli, la dirigente dell’ufficio Ville e Parchi storici della sovrintendenza, e il contratto della maggior parte dei dipendenti è scaduto il 28 febbraio 2014, senza alcuna previsione di rinnovo.

“Attualmente il MACRO è tenuto aperto da una manciata di dipendenti con contratto a tempo indeterminato con Zètema – ha spiegato Valeria Giunta, dirigente del dipartimento Funzione Pubblica CGIL – mentre tutti quelli che avevano un contratto a tempo determinato sono andati a naturale scadenza, i lavoratori a partita IVA, invece, non sono più stati utilizzati”.

Questo desolante blocco amministrativo ha trascinato con sé anche il calendario di eventi previsti – forse troppo ottimisticamente – per i prossimi mesi, con l’annullamento di mostre ed esposizioni.
I dipendenti a tempo determinato, infatti, erano tutti professionisti che gestivano la programmazione e organizzazione dell’offerta culturale del museo, assunti su indicazione dell’ex direttore.

A veder bene, l’impasse in cui sta sprofondando il museo ha iniziato ad aggravarsi proprio 8 mesi fa, quando il cambio di amministrazione a palazzo Senatorio ha portato alla decadenza del direttore nominato dalla Giunta Alemanno, Bartolomeo Pietromarchi. Il neosindaco Ignazio Marino avrebbe dovuto provvedere a nominare al più presto un nuovo direttore di sua fiducia, ma il Comune ha optato per scegliere la gestione ad interim – per quello che sembrava un breve periodo di passaggio – la storica dell’architettura Aberta Campitelli. Un periodo di passaggio che, invece, non accenna a finire.

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